Santo Burgio

TIRAILLEURS. ESTETICA E POLITICA ALL’ALBA DELLA NÉGRITUDE.

ABSTRACT. Il movimento della négritude si è nutrito, fin dalle sue origini negli anni trenta del secolo scorso, di una duplice tensione: interna, tra la costruzione oggettiva dei valori propri di una civiltà nera e l’esperienza soggettiva di deprivazione radicale subita dal muntu; esterna, tra le pulsioni di un universalismo nero e le inquiete relazioni con le figure multiple della subalternità. L’unità di estetica e politica è stato lo spazio elettivo in cui quelle tensioni hanno cercato di sciogliersi immaginando soluzioni, dalla filosofia dell’emozione di Leopold S. Senghor alla poetica della rivolta di Aimé Césaire, a quella formulata dal filosofo ‘africano’ Sartre. Questa irrinunciabile unità le interpretazioni contemporanee della négritude esitano a riaggiornare. Perciò il lavoro storiografico, che nella prospettiva storicista non si distingue dal travaglio concettuale, può tornare utilmente agli esordi della négritude, spingendosi alle spalle di Senghor e Césaire, per cogliere, nei testi e nei dibattiti prodotti dalla comunità nera in Francia fra le due guerre, le forme vitali e certo problematiche, ma innegabilmente costitutive in cui quell’unità venne alla luce. Sono due le figure che in particolare emergono. Quella di Lamine Senghor, il tirailleur senegalese che da un percorso di radicalizzazione politica approda nel 1927 alla dimensione narrativa de La violation d’un pays; e quella di Jane Nardal, che viceversa nel proporre l’idea di una cultura afrolatina erodeva dall’interno il fronte politico dell’assimilazionismo.

Parole chiave: filosofia africana, négritude, muntu, assimilazionismo, postcoloniale.

ABSTRACT. The movement of négritude was nourished, since its origins in the thirties of the last century, by a double tension: internal, between the objective construction of the values proper to a black civilization and the subjective experience of radical deprivation undergone by the muntu; external, between the search for a black universalism and the disquiet relations with the multiple figures of subordination. The unity of aesthetics and politics was the elective space in which those tensions tried to dissolve by imagining solutions, from Leopold S. Senghor’s philosophy of emotion to the poetics of the revolt by Aimé Césaire, to that formulated by the ‘African’ philosopher Jean-Paul Sartre. This indispensable unity the contemporary interpretations of négritude hesitate to update. Therefore historiographic work, which in the perspective of historicism does not differ from conceptual labor, can usefully go back to the beginning of negritude, going behind Senghor and Césaire, to grasp, in the texts and debates produced by the black community in France between the two wars , the vital and certainly problematic, but undeniably constitutive forms in which that unity came to light. Two figures emerge in particular. That of Lamine Senghor, the Senegalese tirailleur who, from a path of political radicalization, arrived in 1927 to the narrative dimension of La violation d’un pays; and that of Jane Nardal, who, conversely, in proposing the idea of an Afro-Latin culture eroded the political front of assimilationism from within.

Keywords: african philosophy, négritude, muntu, assimilationism, postcolonial.

 

Continua a leggere l’articolo