Luigi De Blasi, Gabriele Bastianutti

L’ESSERE E IL NON ESSERE DELL’ANIMA NELL’INTERPRETAZIONE PLATONICA DI MARTIN HEIDEGGER

ABSTRACT. L’anima, senza una guida ideale, deve recuperare l’unità non più con la morte, la vita
come esercizio della morte, ma con l’ammissione delle apparenze sensibili, l’idealità, spersa nella molteplicità, recupera l’avventura della differenza esistenziale, che si autoregola con l’alterazione del me stesso per il suo essere anche fuor di sé. Per Heidegger, l’idea guida dello svolgimento dialogico di Platone s’incentra sulle correlazioni di essere-apparire, luce-ombra e giorno-notte, dualità che hanno origine dalla relazione della verità con la non-verità, anzi la verità si segna con la non-verità e con il non essere dell’anima per il suo protendere dentro e fuori. Il dominio, assegnato alle cose, per il trattenersi dello schiavo tra gli enti (Mito della caverna) è un prendersi cura dell’apparire che non è parvenza, pertanto l’aldiquà è un’eventualità credibile per i dimoranti della spelonca. Il Platone di Heidegger, scorgendo il “non uno” lungo il sentiero della notte, recupera l’alterità dell’essere con l’apparire delle ombre, una proiezione non riflessa del chiarore, una visione che fa vedere anche in assenza della luce (bagliore). Il correttivo della terza via e del non platonico, secondo Heidegger, riproducono la verità dell’apparire e dell’identità che è anche differenza.

 

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