Giovanni Gugg

ALLA RICERCA DELL’INTERLOCUTORE: PER UN’ANTROPOLOGIA CHE DISINNESCHI L’EMERGENZA

ABSTRACT. Il tempo dilatato della lunga scansione che separa l’ultima eruzione del Vesuvio e quella futura ha prodotto l’attuale esposizione al rischio dei residenti della zona rossa del vulcano napoletano, permettendo un’urbanizzazione disordinata e massiccia a partire dalla metà del Novecento, che ha avuto come effetto un aumento vertiginoso della densità di popolazione accompagnato dall’assenza di via di fuga e dallo snaturarsi del rapporto col territorio. Se tutto questo è stato possibile in alcuni decenni, è pertanto possibile immaginare di ribaltare o cambiare la tendenza, sfruttando proprio la quiescenza vulcanica che i vulcanologi ritengono durerà ancora molto. L’obiettivo è di superare il metodo emergenziale e sfruttare l’assenza di attività vulcaniche visibili per investire su una proposta innovativa di riduzione della vulnerabilità e dell’esposizione al rischio. In questo contesto l’antropologia offre uno sguardo e un contributo imprescindibili che permettono la decostruzione di un approccio meramente tecnicistico. Teoricamente la questione è inquadrabile nelle tematiche del post-sviluppo e della sussidiarietà, ma sul piano pratico la questione è complicata dalla mancanza di un dibattito pubblico strutturato e continuativo che permetta di attivare un discorso politico costruttivo sul tema. Incrociando gli itinerari di ricerca accademica e di impegno civico dell’autore nel contesto etnografico vesuviano, il testo mostra come l’antropologia possa intervenire prima della catastrofe per ponderare e tarare l’argomento, per immaginare percorsi e pratiche di una nuova cittadinanza eco-consapevole e, soprattutto, per individuare interlocutori con i quali cogliere il vantaggio offerto dall’attuale situazione di quiescenza vulcanica. In tal senso, il contributo dell’antropologia è necessario a valutare il potenziale generativo che il bisogno di ridurre l’esposizione al rischio della “città vesuviana” rappresenta e cogliere così l’opportunità per realizzare un nuovo rapporto con il territorio e nuovi modelli di socialità. Si tratta di associare la tendenza alla riduzione della pressione sul territorio tipica della shrinkage culture alla volontà di attuare pratiche quotidiane e comuni che permettano di istituire una società della cura, sostenuta da un adeguato sistema amministrativo e legislativo. In un contesto così delineato, l’antropologia dovrebbe tentare di “vivere, enunciare e agire” nel disastrato ecosistema vesuviano odierno, moltiplicando l’uso di linguaggi, posizionamenti, interlocutori e pubblici. La vera grande sfida non è prepararsi ad un’emergenza che sarà comunque epocale, ma è trasformare le future potenziali vittime in attuali soggetti politici attivi, al fine di recuperare una relazione col territorio, anche emotiva, obliata per alcuni decenni. Durante questo tempo, intorno al Vesuvio si è prodotta una frattura tra residenti e ambiente che è andata progressivamente allargandosi fino a risucchiare vite e spazi.

ABSTRACT: The long time slot between Vesuvius’ last eruption and the next one has produced the current exposure to the risk of the residents in the Neapolitan volcano “red zone”: it has allowed a disorganized and massive urbanization since the mid-twentieth century, which resulted in a change in the relationship with the territory and in a dizzying increase in population density despite the absence of an escape route. If all this has been possible in some decades, it is therefore possible to imagine reversing the trend, taking advantage of the volcanic quiescence that volcanologists believe will last a long time. The goal is to overcome the emergency method and exploit the absence of visible volcanic activity to invest in innovative proposals aiming at reducing vulnerability and exposure to risk. In this frame anthropology offers an insightful look and contribution as it allows the deconstruction of a merely technical approach. The question can be theoretically investigated in the context of studies on post-development and subsidiarity. However, on the practical level it is complicated by the lack of a structured and continuous public debate allowing a constructive political discourse to be activated on the topic. Based on the author’s academic research and civic engagement in the Vesuvian ethnographic context, the text shows how anthropology can intervene before the catastrophe in order to weight and evaluate its social impact, to imagine paths and practices of a new eco-conscious citizenship and, above all, to identify interlocutors with whom taking advantage of the current situation of volcanic quiescence. In this sense, the contribution of anthropology is necessary to evaluate the generative potential represented by the need to reduce the risk exposure of the “Vesuvian city” and to grasp the opportunity to realize a new relationship with the territory and new models of sociality. It means associating the tendency to reduce the pressure on the territory typical of the shrinkage culture to the desire to implement daily and common practices that permit to establish a society of care, supported by an adequate administrative and legislative system. In such a context, anthropology should try to “live, enunciate and act” in the disastrous vesuvian ecosystem today, multiplying the use of languages, placements, interlocutors and audiences. The real big challenge is not to prepare for an emergency that will still be epochal, but it is to transform future potential victims into current active political subjects, in order to recover a relationship with the territory, even emotional, forgotten for some decades. During this time, around the Vesuvius there has been a fracture between residents and the environment that has progressively widened to the point of sucking lives and spaces.

 

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